Il caso InvestCloud rilancia il dibattito su lavoro e tecnologia. Porto Marghera può diventare un polo strategico per l’AI e l’idrogeno, unendo innovazione, tutela dei lavoratori e sviluppo sostenibile.

Il caso della InvestCloud, l’azienda di Marghera con i conti in attivo e sede negli Stati Uniti, che ha licenziato 37 dipendenti per sostituirli con l’intelligenza artificiale, pone anzitutto l’esigenza di mettere in atto misure immediate per salvaguardare i posti di lavoro. È necessaria anzitutto la mobilitazione delle istituzioni, a partire da Governo, Regione e Comune.

Ma il caso impone anche la necessità di iniziare a ragionare concretamente sulla regolamentazione dell’AI sotto il profilo etico, in quanto l’intelligenza artificiale non rappresenta un’innovazione tecnologica qualsiasi, ma risulta molto più invasiva.

Come ha rilevato Massimo Cacciari, bisogna mettere in cantiere una nuova politica sociale ed economica. Ovvero, bisogna mettere anzitutto i ceti più fragili della popolazione al riparo dall’utilizzo spregiudicato e senza regole di una tecnologia che potrebbe avere effetti devastanti, soprattutto sull’occupazione.

Non è però più rinviabile una riflessione a tutto campo sulla necessità di pensare a un nuovo piano industriale, a scelte strategiche e a investimenti riservati alle nuove tecnologie. Il nostro Paese non può essere escluso dallo sviluppo di tecnologie innovative. È una questione che riguarda a pieno titolo Porto Marghera; per questa ragione credo che sia importante raccogliere la sfida.

La Cgil veneziana ha già proposto di candidare Porto Marghera come polo italiano dell’intelligenza artificiale, e il tema è stato molto approfondito nell’ambito dei tre anni di lavoro di “Ri-Pensare Venezia”.

È un’idea che non va lasciata cadere, in quanto l’Italia deve necessariamente svolgere un ruolo da protagonista in questa partita, e Porto Marghera è il luogo giusto. È un investimento al rango di industria strategica, che ha vissuto da protagonista il Novecento.

La Commissione europea ha annunciato lo stanziamento di venti miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory di IA in Europa: strutture dotate di centomila processori avanzati, concepite per integrare supercomputer, data center, sviluppatori e utenti all’interno di un ecosistema unificato. Il Governo pare abbia già annunciato la candidatura dell’Italia a ospitare una delle gigafactory.

Porto Marghera ha tutte le caratteristiche per poter raccogliere la sfida: è dotata di grandi aree disponibili, dove è già programmata la nascita di un polo dell’idrogeno per produrre energie pulite.

Certo, è una sfida che va accompagnata da un sistema di regole che tutelino in primo luogo i lavoratori. Come ha osservato Andrea Martella, candidato sindaco del Centrosinistra, dobbiamo puntare all’insediamento di un’“Intelligenza Artificiale responsabile”.

Ma la riconversione di Porto Marghera passa necessariamente attraverso scelte come questa, che comportano anche investimenti per concludere le bonifiche dei suoli.

Porto Marghera Green non può essere solo uno slogan: il polo dell’AI assieme all’Hydrogen Valley rappresenta una grande opportunità per trasformare Marghera in uno dei centri nevralgici della transizione energetica in Italia. È qui che si deve sviluppare un’intera filiera dell’idrogeno verde: dalla produzione tramite fonti rinnovabili, allo stoccaggio e distribuzione, fino agli utilizzi industriali e nei trasporti. Questo non solo permetterebbe di ridurre le emissioni, ma darebbe nuova vita a impianti oggi sottoutilizzati, creando posti di lavoro qualificati e promuovendo un modello energetico sostenibile.

Ma a Porto Marghera bisogna fare di più, creando anche un nuovo polo dedicato alla produzione culturale, in grado di generare una nuova economia cittadina, soprattutto per i giovani. Venezia è già una delle capitali mondiali della cultura, con grandi istituzioni culturali e un’offerta espositiva guidata dalla Biennale. Ciò che manca è un polo per la produzione culturale che crei nuovi lavori e attragga nuovi cittadini. Questo significa far crescere una filiera audiovisiva e cinematografica: studios, laboratori creativi, centri di post-produzione, spazi dove anche Biennale, Fenice, Università, ecc., possano creare luoghi per la formazione e la produzione culturale contemporanea, contribuendo a ridefinire l’identità del territorio.

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