Nicola Pellicani, giornalista, già consigliere comunale, deputato (2018-2022) e anima della Fondazione intitolata a suo padre Gianni e del Festival della Politica, corre per il consiglio comunale alle elezioni in programma a Venezia il 24 e 25 maggio. Lo fa come capolista del Partito democratico, a sostegno della candidatura di Andrea Martella a sindaco della città lagunare.
In un’intervista nella redazione di VeneziaToday ha tracciato la rotta per la città del futuro, che sappia andare oltre la «monocultura turistica» e l’esperienza amministrativa degli ultimi undici anni.
Come sta Venezia?
Mestre è collassata. Sul fronte della sicurezza e del degrado, molti negozi sono chiusi nonostante prima dell’amministrazione Brugnaro fosse partita un’opera di rigenerazione urbana nel centro. In questi anni il Comune è sparito, è un soggetto completamente passivo. Dall’altra parte Venezia è vittima degli effetti devastanti della monocultura turistica, e l’unica misura adottata è quella del ticket, che è un evidente fallimento: non ha risolto il tema della gestione dei flussi, il problema dei residenti, e non è servito nemmeno per fare cassa. Non ha funzionato.
Qual è la ricetta per regolare gli ingressi in città?
Nessuno ha la bacchetta magica, ma il ticket lo togliamo. La Control room raccoglie tutti i dati sugli ingressi giorno per giorno, di turisti e pendolari, ma non sono disponibili, c’è totale mancanza di trasparenza: non solo per lavorare a una proposta politica alternativa, anche le università sono nella stessa situazione. Quando ne entreremo in possesso potremo formulare una proposta concreta, consapevoli che non c’è una sola strada da seguire. Tra le possibili misure pensiamo a una card di prenotazione volontaria che incentivi gli arrivi in città nei periodi di bassa, e li possa limitare, per quanto possibile, nei giorni di punta. Ma i dati sono indispensabili.
Lei è l’autore dell’emendamento sulle locazioni turistiche…
Che non vanno demonizzate, né vietate, ma disciplinate come qualsiasi altra attività economica. Venezia è l’unica città italiana a poter beneficiare di una legge per regolamentare gli affitti brevi (emendamento Pellicani del 2022, ndr), ma non è stata mai applicata. E servono incentivi fiscali per chi promuove affitti di lunga durata: si può costituire un fondo di garanzia per i proprietari che potrebbero avere problemi di morosità o difficoltà a tornare in possesso del proprio immobile, che è una delle ragioni che limita gli affitti di lunga durata.
Il tema del turismo va di pari passo con spopolamento e residenzialità
È nell’interesse di tutti che ci sia una città viva, fatta di abitanti. Il patrimonio pubblico di Venezia è fatto di circa 10mila alloggi, 5mila dell’Ater e altrettanti del Comune. Di questi, 2.500 sono sfitti. Dobbiamo cominciare da subito a recuperarli e rimetterli in sesto, perché ci vorranno realisticamente 5-10 anni. Ci vogliono tanti soldi che si possono trovare in Europa, perché il problema della residenzialità è comune a tanti Paesi; ma anche a Roma, o facendo accordi con investitori privati e fondi come Cassa depositi e prestiti. E poi bisogna tutelare chi vive in città.
Concretamente come si può fare?
Favorire l’apertura di negozi di prossimità e attività legate all’artigianato, per il rilancio del commercio anche a Mestre. La desertificazione dei negozi è sotto gli occhi di tutti ed è la prima spia di una crisi non solo economica, ma anche sociale. Tutte le città vivono questo fenomeno, ma Padova, Treviso, Verona sono un altro mondo rispetto a Mestre. E il Comune è rimasto fermo, non ha introdotto una misura, né fatto un tentativo. Il mercato è libero però il Comune può cercare di indirizzarlo, introducendo da un lato un fondo di garanzia per chi affitta negozi e dall’altro un fondo per chi vuole avviare un’attività: attività che possono andar male, ma preferisco un negozio che ci prova piuttosto che uno completamente chiuso. E sarà necessario aprire un’agenzia che metta in relazione domanda e offerta, al cui interno operi un “tutor burocratico” che aiuti nelle pratiche.
Una città per essere viva deve essere sicura. Quali misure pensate di mettere in atto?
Più azioni insieme. Ci vogliono repressione dei reati, controllo del territorio con il coordinamento delle forze dell’ordine e presìdi dei vigili di quartiere, con la riapertura degli uffici nelle varie Municipalità. Servono anche interventi di urbanistica tattica, a partire da una maggiore illuminazione dei luoghi più a rischio – penso a via Piave, Corso del Popolo, Marghera – e la riqualificazione degli spazi pubblici. E poi bisogna agire sulla prevenzione sociale, riattivando con maggior determinazione il lavoro degli operatori di strada.
Un ruolo centrale, nella vostra visione, lo avranno le Municipalità
Negli ultimi anni sono state congelate. Devono essere “riaperte”, disporre di vigili di quartiere e tornare a essere anche il primo approccio del cittadino con l’amministrazione comunale. La partecipazione è al centro, bisogna riattivare i forum e le consulte, perché se è vero che chi governa sono gli amministratori, per prendere decisioni è fondamentale l’ascolto dei cittadini.
Parlate di un diverso approccio alla cultura
Venezia è una delle capitali mondiali della cultura, ma ha perso prestigio e una rappresentanza adeguata al rango della città. È ricchissima di istituzioni, penso a Biennale, Fenice, Fondazione Cini, Ateneo Veneto, ma non c’è una regia a fare da collante. Ciò che manca drammaticamente è la produzione culturale, e un’occasione potrebbe arrivare dal cinema. A Venezia si girano molti film, ma sono produzioni estere. E allora perché non fare degli studios in città? Marghera sarebbe il luogo ideale, sfruttando capannoni dismessi per allestire scenografie e costumi, dove possano lavorare artigiani, sarti e altri professionisti. È quanto il Teatro San Carlo sta già facendo nella zona industriale di Napoli.
Parlando di cultura in senso lato, a che punto siamo sul fronte dell’integrazione in città?
In centro a Mestre la presenza di immigrati di varie nazionalità è aumentata del 600%, a Marghera del 900. È stato fatto molto poco, stiamo creando dei ghetti ed è necessario evitare difficili convivenze. L’amministrazione comunale deve essere consapevole che sta mutando la base sociale della città e agire su questioni che non sono state affrontate. E poi bisogna seguire quello che dice la Costituzione e garantire il diritto di culto, ovviamente nel rispetto delle regole.
L’idea di una Venezia a Statuto speciale è davvero percorribile?
L’unico tema su cui tutte le forze politiche del Parlamento sono state d’accordo è quello di assegnare a Roma dei poteri speciali, con risorse, in 11 materie specifiche. A Venezia si può fare qualcosa di simile, perché Venezia e Roma sono le uniche città italiane a beneficiare di una legge speciale. Roma perché è la capitale e Venezia dal 1973, sull’onda dell’alluvione del ’66. Ma su questo tema è necessario fare una battaglia con un consenso generale; le regole del gioco dobbiamo stabilirle tutti insieme: le forze politiche, la classe dirigente, gli imprenditori, le categorie economiche, i sindacati.
E nel frattempo si deve iniziare già a pensare al dopo Mose…
Tra i miei emendamenti in Parlamento c’è quello sull’istituzione di un Centro internazionale di studi sui cambiamenti climatici, approvato e finanziato con 500mila euro annui, che ora il Governo ha depotenziato, dimezzandone i fondi. Sarebbe dovuto essere il braccio scientifico dell’Autorità per la Laguna, ma ora fa capo a Ca’ Foscari. Un centro come questo dovrebbe chiamare a raccolta il meglio della scienza mondiale per cominciare a ragionare su cosa fare per il dopo Mose, perché con l’innalzamento del mare previsto entro fine secolo il problema riguarderà anche la sopravvivenza dei litorali e della terraferma. Bisogna sperimentare da subito politiche di adattamento ai cambiamenti climatici.
