Il trionfo del film Le città di pianura ai David di Donatello ci riempie di orgoglio, ma ci coglie ancora una volta di sorpresa, esattamente come quando uscì il film e scoprimmo con stupore il boom ai botteghini.

Giovanni Diamanti nel suo articolo del 9 maggio scorso solleva una questione di grande interesse: in Veneto manca la consapevolezza del valore che esprime questo territorio in tema di cultura. Qualcuno l’ha definita Veneto wave, eppure non c’è la capacità di valorizzare in modo adeguato tale ricchezza, che comprende il cinema, l’arte, la letteratura, la musica i festival. Manca la consapevolezza in particolare da parte di chi dovrebbe promuovere e far emergere questo patrimonio.

Sembra di rivedere il Veneto di oltre 30 anni fa che si scoprì un gigante economico, senza mai riuscire ad esprimere un pari peso politico a Roma nelle istituzioni, ma anche negli organi di rappresentanza imprenditoriali. Non si riusciva a fare sistema, si diceva. Oggi è lo stesso.

E’ possibile che questi segnali di grande dinamismo culturale con la presenza di così tante eccellenze siano l’espressione di un territorio in trasformazione? E che viviamo in una regione che scopre di avere una marcata vocazione culturale?

E’ un fenomeno da considerare con grande attenzione, soprattutto in un momento di così grandi sconvolgimenti geopolitici e di crisi economica. Le città, le regioni, i territori sono corpi vivi in continuo cambiamento e la cultura può diventare uno degli assi strategici per la crescita anche economica della società contemporanea veneta.

Ma se di questo si tratta, servono politiche adeguate. Tanto per cominciare servono le infrastrutture, perché oggi per fare cultura è necessario investire in produzione culturale, un campo in cui oggi siamo molto deboli, praticamente a zero.

Facciamo il caso di Venezia, che è una delle capitali mondiali della cultura, ma nell’ultimo decennio è stata davvero svilita e purtroppo non ha avuto una rappresentanza internazionale adeguata al suo rango. Per non parlare della vergogna del caso Fenice e ora dello scontro sulla Biennale. Non c’è dubbio che serva uno scatto. E’ da troppo tempo che manca una politica culturale in città.

In primis va ripristinato l’assessorato alla Cultura. E bisogna riattivare un sistema virtuoso di relazioni con le grandi istituzioni culturali. Insomma, ci vuole un cambio di passo per restituire a Venezia il ruolo che le compete.

Ma non basta questo, oggi per rispondere alle esigenze di un mondo nuovo. In tutto il territorio comunale c’è un grande fermento, un’effervescenza, una vivacità culturale che va sostenuta. Tocca alla politica trovare le risorse ma soprattutto favorire la nascita di quelle infrastrutture per la cultura di cui si diceva.

Prendiamo il cinema, anche in omaggio all’opera di Francesco Sossai. A fronte di un settore in continua crescita, in tutta la regione, ma in particolare a Venezia dove tra film, documentari, serie tv, audiovisivi c’è un’attività pressoché quotidiana, manca un polo audiovisivo e cinematografico. Credo sia il momento di dare risposte concrete. Come? Ad esempio favorendo l’insediamento nella prima zona industriale di Porto Marghera, dove ci sono gli spazi, di una filiera audiovisiva e Cinematografica con gli studios, ma non solo. Nelle stesse aree può nascere un luogo per la realizzazione degli allestimenti scenici e le altre attività connesse alla Fenice, di laboratori per le università, l’Accademia delle Belle Arti, la Biennale e altro ancora.

Fare cultura oggi per un’amministrazione pubblica, per un assessorato alla Cultura, significa favorire questi processi che possono trasformarsi anche in un volano per l’economia, perché investire in produzione culturale vuol dire anche lavoro, nuova occupazione soprattutto per i giovani. Creando in tal modo una delle possibili alternative alla monocultura turistica.

Fare cultura in una città e in una regione moderne, vuol dire promuovere queste iniziative, alimentare la vitalità culturale che esprime la società. Valorizzando quindi di pari passo la cultura dal basso, fatta di una rete formidabile di associazioni, fondazioni, gruppi di lavoro, ecc. che rappresentano un patrimonio di eccezionale valore, un elemento vitale sul quale diventa un dovere investire.

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